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La situazione alla fine del 2020 e le proiezioni per il prossimo anno

A fine anno, tempo di bilanci in generale, abbondano come sempre le ricerche, più o meno autorevoli, che provano a determinare la velocità di marcia della digital innovation durante i dodici mesi appena trascorsi.

Sembra superfluo premettere che il 2020 è stato un anno completamente fuori norma. La prima pandemia del terzo millennio, tutt’ora in corso, ha completamente stravolto i mercati di tutto il mondo (per tacere dell’impatto emotivo, sociologico ed antropologico), portando ad un cambio radicale nei modelli di business, nei flussi di lavoro, nei progetti di investimento, nelle previsioni di mercato, tutto a livello planetario.

In attesa dei dati ufficiali sull’impatto economico di poco meno di un anno di coronavirus, che saranno disponibili non prima della metà del 2021, possiamo iniziare a ragionare su alcune tendenze di fatto codificatesi nel corso della seconda metà del 2020, per quanto riguarda il nostro Paese, certificate dagli studi delle company di settore.

Il Digital Transformation Index di Dell Technologies (*)

Dell Technologies, ogni due anni, analizza lo stato dell’arte della digitalizzazione delle imprese a livello mondiale.

Secondo la ricerca realizzata quest’anno con Vanson Bourne, oltre l’85% delle aziende italiane ha dichiarato di aver deciso, nel corso del 2020, di accelerare gli investimenti in materia di digitalizzazione.

Si tratta di una dichiarazione d’intenti, e vedremo quanto sarà messa in atto, tuttavia il dato è interessante, sia perché superiore alla media europea (75,3%), sia perché collocherebbe l’Italia davanti a paesi da sempre più avanzati in ambito tecnologico, come Francia, Germania e Regno Unito.

Nel nostro caso, la crisi conseguente alla pandemia di Covid-19, si è unita al cronico ritardo italiano in materia di digitalizzazione, in modo tale che le aziende hanno dovuto introdurre una serie di cambiamenti radicali in tempi brevissimi. Il primo e più evidente è di natura culturale, vale a dire la straordinaria diffusione, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico, dello smart-working.

Questa, aggiungiamo noi, è stata per l’Italia una vera rivoluzione nel modo di intendere il lavoro. La presenza sul posto di lavoro, è sempre stata uno dei cardini della mentalità lavorativa italiana, anche nei settori tecnologicamente più avanzati.

Con le restrizioni di movimento dettate dalle misure di sicurezza contro la diffusione del Covid-19, aziende enormi (si pensi a giganti del settore pubblico come INPS), ma anche realtà molto piccole, si sono dovute dotare di VPN, connessioni protette, laptop per gli impiegati, piattaforme di videocalling etc. Pena, per i piccoli, la non sopravvivenza, per il settore pubblico, ritardi inimmaginabili in tempi in cui molte decisioni di sostegno all’economia e al reddito d’impresa sono state emanate, a livello governativo, in tempo reale.

Finalmente, sembra che il digitale stia entrando (a forza) in ogni processo aziendale. Senza dimenticare che anche i dipendenti, costretti a lavorare da casa, senza l’assistenza dell’IT, hanno dovuto adeguarsi e migliorare le proprie competenze digitali.

In tema smart-working, dal Digital Transformation Index emerge che anche nella fase successiva al lockdown si è confermato soluzione diffusa tra le aziende italiane. Secondo il 72% dei business leader italiani, più del 30% della forza lavoro di ogni azienda sta lavorando a distanza (dato allineato alla media europea).

Come si può immaginare, la maggior parte delle aziende italiane (81%), sta ridisegnando il proprio modello di business, provando ad immaginare nuove formule per mantenersi competitivi in un mercato in rapida trasformazione. Il primo passo in questa direzione è quello di rimuovere le barriere alla trasformazione, che affliggono il 94% delle aziende a livello globale.
I tre principali ostacoli emersi dal report sono: timori per la privacy e la cybersecurity, mancanza di risorse finanziarie e incapacità di ricavare informazioni dai dati che si possiedono.
Rimane comunque molto evidente il gap infrastrutturale che ci separa dagli altri paesi europei, per non parlare degli USA.

(*) The Dell Technologies Digital Transformation Index (DT Index). Dell Technologies surveyed 4,300 business leaders from around the globe to analyze their organizations’ transformation efforts.

Global perspective: 18 countries
Cross-functional: Director to C-Suite from MidSize to Enterprise organizations
Industry view: 12 industries.

Survey conducted by Vanson Bourne on behalf of Dell Technologies, July & August 2020.

SCARICABILE QUI 

L’indagine Excelsior 2020-2023

 Anche la recente indagine Excelsior di Unioncamere e Anpal certifica che le aziende in Italia stanno significativamente accelerando sul fronte della digitalizzazione.

Gli investimenti si muovono su tre fronti, abbastanza intuitivi: l’adozione di nuove tecnologie, di nuovi modelli organizzativi e nuovi modelli di business.

Tra le tecnologie, confrontando gli investimenti stanziati dalle imprese nel periodo pre-Covid-19 (2015-2019) e post-Covid-19 (2020), si fanno finalmente strada le soluzioni cloud, big data analytics, mobile e tutto ciò che è pertinente alla cyber security.

I nuovi modelli di organizzazione aziendale, stanno adottando sistemi di rilevazione e analisi continua dei dati in tempo reale, puntando molto su nuovi processi adatti a favorire l’integrazione totale tra software, per un controllo completo dei flussi di lavoro e per una maggiore produttività aziendale.

Infine, la maggior parte dei nuovi modelli di business che si stanno consolidando in questi mesi, e sui quali le aziende mostrerebbero una chiara propensione ad investire, mirerebbero ad una maggiore valorizzazione dei dati, elaborati per l’analisi dei comportamenti e dei bisogni dei clienti, al fine di creare nuovi canali e strumenti digitali per la promozione e la vendita nonché una più avanzata personalizzazione di prodotti e servizi.

Digitalizzazione e tecnologia nelle imprese italiane: il report ISTAT 2020

La seconda fase del Censimento Permanente delle Imprese dell’Istituto di Statistica Italiano, pubblicata ad agosto 2020, restituisce una elaborazione pre-Covid, sulla base di dati raccolti tra il 2016 ed il 2019.

Il censimento è andato a verificare, all’interno delle imprese italiane, l’adozione di rosa specifica soluzioni tecnologiche, sia infrastrutturali che applicative, per arrivare ad un raggruppamento delle imprese stesse rispetto al livello di maturità digitale raggiunto.

È stata presa inconsiderazione anche (ed è molto importante) l’eventuale integrazione tra le tecnologie stesse.

Dall’analisi emerge che le infrastrutture digitali di base, come la fibra ottica ed il cloud, sono largamente usate.
Invece le applicazioni che avrebbero maggiore impatto sui processi aziendali, si stanno diffondendo più lentamente: appena il 16,6% delle imprese ha adottato almeno una soluzione tecnologica tra IoT, realtà aumentata o virtuale, analisi dei Big Data, automazione avanzata, simulazione e stampa 3D.

C’è una significativa differenza tra PMI e big company: tra le imprese con 10-19 lavoratori “solo” il 73,2% ha effettuato investimenti digitali, mentre quelle tra quelle con oltre 500 addetti la percentuale arriva al 97,1%.
Meno importanti sono le differenze territoriali: si passa dal 73,3% nel Mezzogiorno al 79,6% nel Nord-est.

A livello settoriale, si nota il ruolo trainante dei servizi: le telecomunicazioni (94,2%), la ricerca e sviluppo, l’informatica, le attività ausiliarie della finanza, l’editoria e le assicurazioni hanno percentuali di imprese che investono in tecnologie digitali superiori al 90%. Il primo settore manifatturiero per investimenti digitali è la farmaceutica (94,1%), seguita dalla chimica (86,6%).

Quattro tipi di imprese digitali

L’ISTAT ha delineato quattro profili di impresa, definiti dalla combinazione di diverse soluzioni tecnologiche. interpretate come tra loro complementari.

Il primo gruppo comprende le imprese definite “asistematiche”, che si caratterizzano per aver adottato almeno un software gestionale nel periodo 2016-2018, assieme a investimenti limitati in tecnologie infrastrutturali (come il cloud o la fibra ottica).
Queste imprese hanno, ovviamente, la percezione delle potenzialità del digitale ma, per la loro dimensione o collocazione settoriale, hanno difficoltà a prefigurare una transizione sistematica verso un assetto organizzativo intensamente digitalizzato.

Nel secondo gruppo, il più numeroso (circa il 45% del totale) l’ISTAT inserisce le imprese definite “costruttive”, che si sforzano di porre in essere una chiara strategia digitale e sfruttare le tecnologie più avanzate. Ѐ interessante notare come questo gruppo di imprese reputi essenziale l’investimento in sicurezza: in generale, al crescere del livello di maturità digitale cresce anche l’esigenza di mettere in sicurezza i propri sistemi.

Il terzo gruppo è quello delle imprese “sperimentatrici”, ossia quelle arrivate alla soglia della maturità digitale, che stanno sperimentando diverse soluzioni, anche combinate tra loro, alla ricerca dei maggiori vantaggi in termini di efficienza e produttività.
In questo gruppo compaiono i primi significativi investimenti nella valorizzazione dei flussi informativi e nella robotica. È anche il gruppo più numeroso tra le imprese con oltre 100 addetti.

Infine, il quarto gruppo è formato da imprese digitalmente “mature”, caratterizzate da un utilizzo integrato delle tecnologie disponibili, che sono un punto di riferimento per l’intero sistema delle imprese, pur rappresentando solo il 3,8% del totale (valgono però il 16,8% di addetti e il 22,7% di valore aggiunto). Tale quota è decisamente più elevata nel Nord-ovest (4,7%), tra le imprese con oltre 500 addetti (23%) e nell’industria (5,2%), ma è omogenea a livello di settori.

I software più usati

 Approfondendo la tipologia di software utilizzati per gestire i processi, emerge che il 67,2% delle imprese ha un qualche programma per la gestione documentale digitale (Document Management Systems o Enterprise Content Management), soprattutto quelle che hanno a che fare con la pubblica amministrazione.

Un’altra esigenza chiave delle imprese, soprattutto manifatturiere e di alcuni settori dei servizi, è quella della gestione del magazzino e dei flussi materiali in entrata e uscita (Supply Chain Management). I software che gestiscono questa funzione sono utilizzati in media dal 50,7% delle imprese: tale quota scende al 45,4% considerando le imprese con 10-19 addetti e raggiunge il 72,7% tra quelle con 500 addetti e oltre.

La terza categoria di applicazioni più diffuse comprende quelle che automatizzano la gestione della contabilità e degli adempimenti fiscali. Il 47,9% delle imprese dichiara di affidarsi a tali soluzioni (41,4% tra le imprese con 10-19 addetti, 76,3% tra le grandi).

Meno diffusi, sempre secondo ISTAT, i software per la gestione della produzione (solo il 33,7% in media e il 58,5% delle imprese manifatturiere), quelli per la pianificazione della produzione (23,1%) e i più sofisticati ERP (21,7%).

I CRM sono scelti in media dal 33% delle aziende, con valori che vanno dal 31,4% delle piccole al 51,5% delle grandi. Un dato ancora piuttosto basso.
Non inclusi nella ricerca, i software per la gestione delle attività di marketing.

Il punto

Stando agli indicatori del Digital Economy and Society Index 2020 (DESI) relativi ai Paesi membri dell’Unione Europea, L’Italia fatica a staccarsi dalla coda della classifica, in materia di digitalizzazione delle imprese, continuando ad oscillare fra la quartultima e terzultima posizione dell’Europa dei ventotto stati membri.

Di fatto, il digital divide, che ancora oggi scontiamo rispetto a zone molto estese del nostro territorio nazionale dove non arriva né la banda larga né la fibra ottica, congiuntamente alla scarsa diffusione di competenze digitali di base e avanzate, soprattutto nelle imprese poco propense a investire nelle nuove tecnologie, costituiscono i principali ostacoli sulla strada della digitalizzazione.

Nonostante progressi molto importanti sotto il profilo della connettività, ci si scontra ancora con un uso dei servizi internet prevalentemente legato ad attività ludiche (fruizione di videoclip, musica, news e videogiochi) e viceversa poco orientato verso attività più evolute quali l’e-banking o il commercio on line.

Inoltre, al di là del diffuso utilizzo di smartphone e social media, il ricorso a clouding, big data, long term forecasting, internet of thing, realtà simulata, prototipazioni, simulazioni ed altre attività in grado di sfruttare a pieno le potenzialità delle nuove tecnologie resta molto limitato.

 Ntt Future Disrupted 2021

Senza addentrarci nei 5 trend tecnologici molto specifici, che la global digital company NTT indica per il 2021, vale la pena ribadire, con il tono vagamente apocalittico del report di Ntt Future Disrupted: 2021, che “la digital transformation nel 2021 sarà un imperativo, e non più una scelta”.

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